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Fanfiction: I surrender (1/1)
waltz
sakijune wrote in kai_library
Titolo: I surrender
Autrice: SakiJune
Rating:  PG13
Warning: death-fic
Trama: Una versione della storia di Gawain e Ragnell. Raccontata da lei, che è ormai solo vento e ricordo.


Quand'ero bambina, i capelli biondi intrecciati con steli di fiori, correvo come un leprotto in lungo e in largo nella foresta di Inglewood. Non avevo un solo pensiero al mondo che non fosse legato alla natura circostante, agli animali con cui giocavo e alle stagioni che scorrevano, puntuali e rassicuranti, come le acque del fiume Eden.
Rimasta orfana troppo presto per esserne rattristata, fui allevata da mio fratello, Sir Gromer. Era un gigante tanto abile con la spada quanto in antichi e terribili incantesimi, ma finché non compii i dodici anni fu sempre gentile e affettuoso nei miei confronti.
Poi vennero i soldati, e gli dissero che le nostre terre da quel momento appartenevano al primogenito di re Lot. Da allora non gli vidi mai più un sorriso sul volto.
Mentre io crescevo, capii che in Gromer, oltre alla rabbia di non essere più il padrone del suolo che i nostri contadini coltivavano e dei boschi in cui cacciava, aumentava la preoccupazione di dovermi trovare un marito. "Nessuno è degno di te" diceva. "Nessuno, nemmeno quei damerini della corte di Arthur Pendragon, merita di sfiorarti con un guanto".
Lo temevo, ma dapprincipio non credetti che le sue parole sarebbero mai andate al di là della loro forma effimera: ero ancora nell'età in cui arrampicarmi sugli alberi e raccogliere margherite mi divertiva e appagava. Specchiandomi nelle acque del fiume, non capivo di essere bella; e non sapevo che il mio aspetto mi rendeva fragile e vulnerabile.
Fu un giovane dai capelli rossi, di cui non ricordo nemmeno il viso, il primo a bussare alla nostra porta per chiedere la mia mano. L'indomani, uscendo di casa, mi imbattei in una serva che, in lacrime, cercava in tutti i modi di mandar via le macchie di sangue che imbrattavano la soglia.
Inorridita, cercai di fuggire, ma Gromer mi inseguì e mi rinchiuse nella mia camera. Piansi, lo pregai e gli chiesi perché, perché, perché mai.
"Perché sei bella come il primo fiore che nasce al mattino" rispose mio fratello, al di là della porta "E non è ancora nato in Britannia l'uomo che ti coglierà".
Sapevo che la sua collera sarebbe evaporata, e attesi di poter di nuovo godere della mia libertà: ma una settimana dopo, Gromer entrò nella stanza, mi prese per mano e mi condusse in un sotterraneo. Di ciò che successe non dirò nulla, poiché è bene che di simili pratiche oscure si perda memoria: ma il risultato del suo incantesimo è noto a tutti, e mi trasformò nella donna più ripugnante che fosse mai esistita.
"Se troverai un bel cavaliere disposto a sposarti, ora" mi disse "non mi opporrò".

Seppi solo allora ciò che avevo perso! La freschezza dei miei anni, il colore delle mie guance, il sorriso che ero abituata a vedere riflessi nel fiume erano scomparsi: al loro posto c'era un mostro.
D'istinto avrei voluto annegarmi, farmi sbranare da un orso, distruggere quel corpo che faceva ribrezzo a me e a chi mi guardava. Ma dentro sentivo ancora una forza senza nome, che gridava la sua volontà di continuare a vivere.

Tornai da Gromer, e con ironia lo ringraziai. Ne fu stupito, ma compiaciuto dalla sottomissione che il mio gesto gli suggeriva.
"Un giorno ciò che hai detto accadrà. Sarò la moglie del più valoroso, attraente e saggio tra gli uomini."
Era una sfida. Non gli ero affatto sottomessa, ero diventata una sua pari. Avevo la sovranità sulla mia esistenza: l'odore nauseabondo che portavo addosso era come un'armatura più forte dell'acciaio, il desiderio di vendetta la più temibile delle spade, e la libertà una magia altrettanto potente della sua.
Corsi nella stalla e scelsi, tra i bei cavalli forti e docili, un vecchio mulo, salutai mio fratello e me ne andai gridando: "Sono padrona di me stessa. Esiste fortuna migliore?".

Mi chiamavo Nell Somer Joure; da allora fui Ragnell.

Uccidere Gromer o rendere la sua vita dolorosa non mi sembrò il modo migliore per avere giustizia. Non era lui che dovevo colpire, ma la fonte dei nostri mali: quell'uomo che possedeva le nostre terre, che aveva reso Gromer crudele e possessivo nei miei confronti. Lo cercai e lo trovai, poiché a quel tempo la corte del re di Britannia risiedeva al castello di Carlisle, non lontano dalla foresta... ma non ebbi la forza di avvicinarmi a lui.
Sir Gawain di Orkney era il cavaliere più bello che mai avesse calcato il suolo del Cumberland. Era il mio padrone, non più solo sulla carta ma su tutti i miei sensi.
Lo amavo, e lo detestavo perché sapevo che non mi avrebbe mai amata.
Io, Ragnell, la Dama Ripugnante, amavo il Falco di Maggio, il Cavaliere del Sole, il nipote del re; e tuttavia, non avevo dimenticato i miei propositi: mi mancava solo uno stratagemma, un modo per tenerlo in pugno, se non potevo averlo tra le braccia...

L'attesa, lenta, paziente. La bruttezza non cambia, non ha stagioni e non sfiorisce mai.
Gli anni furono scanditi da guerre sempre uguali, che rapivano giovani vite e donavano spose infelici. Ma mai nessuno mi prese come bottino di guerra, ah, ah! Una ben povera refurtiva sarei stata!


Un giorno, tra le tante chiacchiere di paese, mi venne all'orecchio la sfida che Gromer aveva lanciato al re, e compresi che anche il suo rancore non era affatto scemato nel tempo. Era stato proprio Arthur Pendragon, in effetti, a concedere a Sir Gawain la nostra proprietà, perciò nessuna sorpresa.
Gromer aveva approfittato del forte senso dell'onore del re, sfruttando spudoratamente il nostro ultimo colloquio.
"Cosa desidera davvero una donna?" era la domanda, subdola e solo in apparenza semplice. Prima che il sovrano si presentasse all'appuntamento, mi avvicinai a lui: non c'era ragione per cui mi temesse, e non provavo vergogna del mio aspetto davanti ad un uomo che non desideravo.

"Se la risposta che mi date è quella giusta, e Gromer Somer Joure mi risparmierà la vita, come potrò ricompensarvi?"
"Fate in modo che abbia indietro le sue terre, e non vi molesterà mai più" avrei potuto rispondergli, ma non era affatto una ricompensa. Non a me, per me. Sir Gawain non mi sembrava un uomo avido, non gli sarebbe importato nulla di perdere qualche acro di foresta.
"Gromer non vi farà alcun male, vostra maestà: recategli la risposta che vi ho suggerito, poi tornate qui e solo allora vi dirò cosa voglio in cambio."

Mentre attendevo che il re tornasse a premiarmi, un pensiero terribile mi attraversò la mente: ero diventata malvagia e spietata come Gromer, non ero in nulla diversa da lui.
Se la mia bruttezza era frutto di un incantesimo, la cattiveria aveva attecchito in me come un'erba velenosa, e così come l'amore, il desiderio, il dispetto, ogni singolo sentimento che portavo dentro mi conducevano lontano dai miei luoghi, tra le mura di Carlisle.

Quando fui dinanzi all'uomo dei miei sogni, capii che avevo ben riposto le mie speranze inconfessate. Non solo non trasaliva al mio squallido aspetto, ma mi trattò con cortesia e riguardo, come una vera dama.
"Lady Ragnell, mi pare che questo sia il vostro nome" mi sorrise, guardandomi negli occhi con gratitudine "avete salvato la vita del mio amato zio, il re. Non posso che ritenermi onorato di prendervi come moglie."
Di nuovo un senso di vergogna mi pervase, e crebbe man mano che mi rendevo conto di quanto Sir Gawain fosse meraviglioso nei fatti, non solo nella mia fantasia. Lui meritava ogni cosa: le terre della mia famiglia, gli onori nella corte in cui splendevano le sue virtù, ma soprattutto una sposa tenera e bella. Fui tentata di ritrattare la promessa strappata al re... ma già era stato chiamato un chierico per celebrare le nozze.
Mi inginocchiai, tra gli sguardi orripilati dei presenti, e porsi la mano destra, nodosa e secca come un artiglio, allo splendido cavaliere di cui ero mio malgrado innamorata.

Quella notte avvenne il miracolo.
Sapevo che anche la maledizione più potente può essere spezzata, e Gromer mi aveva pure fatto capire in che modo sarei potuta tornare la Nell di sempre, ma non mi sarei aspettata che succedesse.
"Vi darò un bacio" erano state le parole di Gawain, serene come il cielo in primavera; e d'un tratto rimanemmo sbalorditi. Ero di nuovo bella, il mio viso era fresco e giovane... le mani, i capelli... so che gridai, correndo ad uno specchio e forse risi, sfiorandone la superficie e toccandomi il corpo incredula. Credo che svenni subito dopo, perché riaprii gli occhi nel mio letto nuziale, tra le braccia di Gawain.
"Mi-mi amerete?" balbettai, e le sue labbra sulle mie furono la risposta più dolce che i miei dubbi potessero ricevere.

All'alba, ancora in estasi dopo l'amore, dovetti svegliarmi da quel sogno troppo incredibile per essere vero. Gawain dormiva ancora, e fui attenta a non far rumore. Lo specchio mi mostrò la ben nota immagine di Ragnell, decrepita e devastata. Mi avviluppai negli stracci che indossavo al mio arrivo, uscii dalla stanza e corsi alle stalle... il mulo sembrava avermi attesa, consapevole che quell'avventura a corte sarebbe durata molto, molto poco...

Era mattino inoltrato quando scorsi la mia casa tra gli alberi; smontai e bussai alla porta, ansante, frenetica.
"Gromer, aprimi! Subito!" gracchiai. La porta si dischiuse.
Mio fratello sembrava invecchiato. Non erano passati molti anni, eppure la sua vendetta incompiuta l'aveva roso nell'animo. Ci fissammo, due creature dannate e senza scrupoli che sanno di avere nelle mani l'una la felicità dell'altra.
"Posso far sì che le nostre terre ritornino a te" dichiarai. "Ma solo se mi libererai da questo corpo."
Comprese che non mentivo, e grugnì, ripetendo una formula che conosceva a memoria:
"L'uomo che sarà disposto a giacere con te potrà averti bella ogni notte."
"Questo lo so" incalzai. "Ma non è quello per cui sono venuta."
"La forza che può sciogliere la magia è nella tua volontà, in quella sovranità che un giorno hai dichiarato di desiderare sopra ogni altra cosa. Ora vattene, e che tu sia maledetta se non rispetterai il patto!"

Fuori dalle mura del castello, due cavalieri si allenavano con la spada, le armature che scintillavano nella luce incerta del tardo pomeriggio.
"Ohibò, signora, vostro marito vi ha cercato per ogni dove!" rise uno di loro, interrompendo l'amichevole schermaglia per venirmi incontro. "Pare che l'abbiate stregato. Orsù, non fatelo inquietare, tornate da lui!"
Sospirai. Gawain non sapeva che quell'illusione non era durata che poche ore... non attendeva me, ma la bionda Nell dalla pelle morbida! E il dolore che avrebbe provato, rivedendomi, sarebbe bastato a impedirci di essere felici.

Nascosta dal mantello lacero, la testa china, mi presentai nuovamente alla vista di mio marito.
"Questa sera sarò di nuovo ciò che desideri, ma alla luce del giorno sono ancora costretta in questa prigione mostruosa, come vedi."
Gawain annuì, rattristato ma non adirato. "Credevo foste fuggita da me."
Il suo candore mi commosse oltre ogni dire, e le sue parole mi diedero il coraggio di tentare. "Penso che sia possibile... scegliere..."
"Come dite?"
"Preferite avere ogni notte una fanciulla da amare, o una moglie di cui essere orgoglioso a corte?"
La sua risposta avrebbe decretato il nostro destino.
"Mia madre è fredda e altezzosa, non vi amerebbe comunque, sapete. Si vergognerebbe per me se vi mostraste a lei come siete ora, eppure sarebbe invidiosa della bellezza che mi avete svelato stanotte. Così è la regina, per quanto mi dispiaccia ammetterlo, e i miei fratelli in armi sono tanto valorosi e fedeli quanto vanesi e schizzinosi. Perciò non sono io a dover decidere, mia cara, perché sarei io a gioire la notte, ma sareste voi a soffrire il giorno... lascio a voi la scelta."
Mi coprii la faccia con le mani, sperando per il meglio, con tutte le mie forze, e sentendo l'amore esplodere come non mai dalla parte più pura che era rimasta di me, libera dall'erbaccia della disillusione e del risentimento.
"Io... scelgo... di essere bellissima, per voi."


Verso la fine di quella settimana, il cavaliere che mi aveva rivolto la parola al mio ritorno a Carlisle insistette per entrare in camera nostra.
Temeva, confessò, che avessi divorato mio marito.
"Come potete vedere, Sir Lionel, la mia sposa ed io godiamo buona salute" disse Gawain. - Ma avete fatto bene a interrompere il nostro idillio, poiché mi sembra giusto condividere la nostra gioia con tutti coloro che non avrebbero scommesso un soldo sulla nostra unione.
Sir Lionel arrossì e tentò di nascondere il suo stupore dinanzi al mio nuovo aspetto.
Ci sarebbe stato tempo per le spiegazioni.

Gromer riebbe la sua parte di foresta e ammise i propri errori davanti al re. Da parte mia, riconobbi che erano stati proprio gli anni bui che avevo attraversato a causa del suo incantesimo ad avermi condotta sulla strada della felicità. Ragnell non esisteva più, ma la sofferenza che avevo sperimentato sotto le sue spoglie restava in me come guida e ammonimento.
Come Gawain temeva, sua madre Morgause non ebbe mai un sorriso per me, né ebbi miglior fortuna con la regina Ginevra, nonostante il re continuasse a mostrarmi una stima ostentata in modo quasi imbarazzante. Ma trovai compagnie meno sofisticate e più sincere; Sir Lionel, suo fratello e le loro mogli non mi nascosero mai la loro simpatia, e quando il giovane Gareth venne a corte - che si era nel frattempo trasferita nella residenza di Camelot - trovò in me una sorella maggiore, che seppe consolarlo dalle sue pene d'amore. Ma soprattutto, diventare madre fu l'apoteosi della mia vita di donna, una gioia inspiegabile e totalizzante.


Gingalain ora ha quattro anni, è un bambino stupendo e intelligente come suo padre. Come vorrei vederlo crescere! Quanto detesto arrendermi ogni giorno di più alla fragilità del mio corpo! L'orrida Ragnell avrebbe potuto vivere quasi per sempre, rinsecchita e ghignante, sostenuta dal Male; Lady Nell lotta sempre più debolmente contro la malattia e una fine ormai vicina.
Ma io ho scelto, ricordate?
E cinque anni di felicità sono stati più di quanto potessi mai desiderare.

"Oh Nell, mia cara, mio tesoro! Dev'esserci un modo di salvarvi! Se ora poteste decidere di tornare a Inglewood, con l'aspetto di un tempo, ma viva... lo fareste? Dirò a nostro figlio che sua madre è una fata, e che l'abbiamo concepito in sogno..."
Scuoto la testa, incantata come sempre dalla purezza del suo animo. C'è una ruga sulla sua fronte, le sue palpebre sono appesantite dalla mancanza di sonno. "Non funziona più. E non lo vorrei, anche se potessi."
Piango, non perché sto morendo, ma perché sento che un giorno non rimarrà traccia di tutto ciò per cui abbiamo sofferto e gioito.
E in un crescente delirio vedo il suo domani, tra battaglie, complotti ed inganni, quando altre donne gli saranno a fianco, e gli amici di oggi saranno i suoi peggiori nemici.
Nostro figlio non sarà mai libero, come lo fui io.


Riconosco i passi che si avvicinano alla porta, sin dal primo eco che giunge dal fondo del corridoio. È il fratello che odio e che amo, è Gromer Somer Joure, colui che osò sfidare Arthur Pendragon nella foresta di Inglewood. Gawain sfodera la spada, ma una strana forza sembra trattenerlo.
"Sono arrivato tardi, Nell" mormora Gromer, suggellando la pace con una rude carezza.
"Forse... no..." I miei pensieri sembrano attraversare l'aria e penetrare in lui. Si dirige verso il lettino dove il mio piccolo dorme il suo sonno innocente. Con insolita grazia, lo prende in braccio e si allontana.
"No! Vigliacco, non porterai via mio figlio!"
"Gawain, ascoltate... l'avete pur detto poco fa. Gingalain crescerà come un figlio delle fate, nei boschi dove sono nata. Lo rivedrete se e quando proverà il desiderio di diventare cavaliere. So che saprete riconoscerlo... perché vi ricorderà me..." La mia stessa voce suona irreale e impalpabile, mentre la stanza scompare nell'oscurità temuta e insieme invitante.
La magia che lo trattiene è scomparsa insieme a Gromer, ma sa che inseguirlo sarà inutile.
"Mi arrendo, mi arrendo a voi, amor mio."
I nostri visi sono ora così vicini che le mie lacrime e le sue si confondono, e i suoi respiri si alternano ai miei rantoli in una musica sbagliata.

"Non possiamo chiedere più di quanto abbiamo avuto. Vi amo, Gawain, vi amerò sempre..."


E da un'eternità ancora non mi stanco di ripetere quelle parole, in un luogo che non è né un bosco né un castello. È una spiaggia bianca di lutto, rossa di sangue nel ricordo di chi sopravvisse.
Ma voi, che pure conoscete la nostra storia, sentirete solo il vento soffiare sulla scogliera.

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